La psicologa Cesia Polloni è una psicoterapeuta attiva da quarant’anni nella Castellana, coordinatrice del centro Mastermind di Castelfranco Veneto. A lei abbiamo chiesto quanto sia utile una legge che blocchi l’accesso ai social ai minori di 14 anni. “Pensare a norme valide per tutti è illusorio – di dice -: il contesto è molto più complesso. Porre limiti rigidi, a volte, può persino risultare controproducente. Allo stesso tempo, però, non è pensabile lasciare bambini e ragazzi liberi di accedere, senza alcuna guida, a strumenti così potenti. Viviamo un conflitto inevitabile: la tecnologia è parte della nostra vita e non possiamo farne a meno, ma i giovani non possono essere lasciati soli di fronte a un uso costante e pervasivo”.
Il divieto può funzionare?
Proibire rischia di enfatizzare ancora di più lo strumento, renderlo più desiderabile. I bambini lo vedono ovunque. Dire semplicemente “no”, è impossibile: l’accesso ai social è parte integrante della realtà quotidiana. Il punto non è negarli, ma imparare a gestirli.
Quali effetti hanno i social sul piano psicologico ed emotivo?
Producono effetti reali, come dimostra anche la recente sentenza contro Meta e Google per aver spinto, attraverso le caratteristiche di Instagram e YouTube, una minorenne a rimanervi attiva per tutto il giorno, causandole dipendenza e stati depressivi. Le piattaforme sono progettate per catturare l’attenzione, anche a livello inconscio, attraverso immagini e contenuti che attraggono continuamente. Si tratta di un vero e proprio bombardamento di stimoli. Il problema è che bambini e adolescenti non sono in grado di autoregolare la propria risposta emotiva. Le emozioni si attivano in modo rapidissimo e intenso e, spesso, non riescono nemmeno a essere riconosciute. Se non si capisce ciò che si prova, diventa difficile organizzare il pensiero e riflettere. Si indebolisce la capacità di “mentalizzazione”, cioè dare un nome alle emozioni, comprendere da dove nascono e valutare se ciò che si sta vivendo fa bene o male. L’eccesso di stimoli interferisce profondamente con questo processo. A differenza della televisione, che ha tempi più lenti e una narrazione più strutturata, lo smartphone accelera tutto e riduce gli spazi di elaborazione.
Qual è il ruolo degli adulti e della scuola?
È decisivo. Non serve proibire, ma accompagnare. Abbiamo bisogno di adulti competenti, capaci di stare accanto ai ragazzi anche nell’uso di questi strumenti. I giovani non possono essere lasciati soli, perché non sono ancora in grado di difendersi dall’impatto emotivo. La scuola può svolgere un ruolo fondamentale: utilizzare i social in contesti educativi permette di fermarsi, analizzare le immagini, capire cosa c’è di positivo e cosa, invece, può essere dannoso. È possibile insegnare a riconoscere le emozioni, a gestire gli stimoli, a sviluppare consapevolezza.
C’è anche un impatto sulle relazioni e sulla crescita sociale?
Sì, ed è un aspetto cruciale. Si indebolisce quella che chiamiamo intersoggettività, cioè la capacità di regolare il proprio stato emotivo nella relazione con gli altri. L’intelligenza sociale si costruisce attraverso il corpo, lo spazio, il gioco condiviso. Pensiamo a una partita di calcio tra bambini: lì si impara il rispetto, il limite, lo spazio proprio e quello degli altri. Questa esperienza è il precursore dell’intelligenza sociale. Davanti a uno schermo, tutto questo viene meno: manca il confronto diretto, manca il corpo, tutto diventa virtuale.
Qual è, in conclusione, la strada da seguire?
Non il divieto, ma la presenza. Non l’isolamento, ma l’accompagnamento. I ragazzi hanno bisogno di adulti capaci di guidarli anche nel mondo digitale, aiutandoli a crescere senza lasciarli soli davanti a qualcosa che non sono ancora pronti a gestire.