Testimonianza di una partecipante al Giubileo dei detenuti, lo scorso 14 dicembre.
Il ruolo dei volontari tra i carcerati
È il 14 dicembre 2025: entro in Basilica di San Pietro per la messa con il Papa in occasione del giubileo dei detenuti con la mia Comunità, “Nuovi Orizzonti”.
Sono nelle prime file sotto l’altare e contemplo la bellezza del monumentale baldacchino, sentendo la riconoscenza di poter essere così vicina a papa Leone. Ma il mio cuore non “decolla”. Mi sento un po’ in colpa perché colgo la preziosità di poter essere in quel luogo. Forse sono solo stanca, penso; poi, all’improvviso, mi guardo intorno e vicino a me, tra le file della Basilica, scorgo dei volti che “riconosco”: donne e uomini tatuati nei modi più impensati, col volto provato, loro… i detenuti che vengono da tutto il mondo. Si accende un fuoco dentro di me e sale dal cuore con forza la parola: “La gloria di Dio è l’uomo vivente!”. Come sono belli, penso! Più belli di tutta la bellezza della Basilica! Nel loro volto riconosco Gesù Crocifisso e abbandonato. Lo riconosco e mi incanto! Ora il mio cuore è presente e si commuove. Ora sono pronta per l’Eucarestia (rendimento di grazie) e tutto mi porta in Paradiso. Capisco quando Gesù dice: “Le prostitute e i peccatori vi precederanno nel regno dei cieli” (Mt21,31) e io penso che addirittura ce lo aprono, perché per me è così tutte le volte che ho a che fare con loro: entro nel Paradiso della comunione con il mio Gesù.
Questo avviene perché un cuore profondamente ferito è un cuore aperto e un cuore contrito è un cuore disponibile e in loro io colgo sempre quella disponibilità di chi ha perso tutto e ha bisogno, di chi si sente malato e chiede aiuto, di chi non si sente degno e umilmente si avvicina, di chi è nel buio e cerca con tutto se stesso la luce. Non a caso Gesù dice: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, bensì i malati. Io non sono venuto a chiamare dei giusti, ma dei peccatori” (Lc 5,31). Ecco perché stare vicino a loro mi predispone sempre all’incontro con Dio ricordandomi chi sono io e chi è Lui.
Forse non è così per tutti, ma per me sì, ‘“gli ultimi” sono proprio il canale meraviglioso con cui Dio mi parla da sempre. Da più di 30 anni, infatti, faccio parte dell’associazione “Nuovi Orizzonti” di Chiara Amirante, dove ci occupiamo di ogni tipo di disagio, dalla tossicodipendenza, al carcere, alla prostituzione e al disagio giovanile in genere. Il carisma dell’associazione è proprio quello di portare la gioia della Resurrezione al mondo, con una particolare attenzione alla “discesa agli inferi”, quindi, lì dove c’è un cuore sofferente e separato da Dio noi lo scegliamo come luogo di predilezione per portare l’amore e la misericordia di Dio, di cui noi, per primi, abbiamo fatto esperienza.
Ivan, ad esempio, mio fratello di cammino che è presente con me in Basilica, mi condivide il suo iniziale disagio nell’essere lì, perché riaffiorano le sue memorie da ex carcerato. Ha vissuto per cinque anni un’esperienza molto dolorosa e diseducativa, ma piano piano si fa più forte in lui il desiderio di essere una presenza di luce, portando, con il suo sguardo e il suo abbraccio, la misericordia di Dio che gli ha rivoluzionato l’esistenza e così inizia a condividere con loro e ad ascoltarli.
La realtà del carcere è molto dolorosa, la condizione negli istituti penitenziari è drammatica, tanto che molti sono i suicidi che avvengono all’interno. Ivan ha colto proprio che tutta la frustrazione che possono vivere i carcerati, in quel momento di preghiera condiviso con papa Leone, li ha aiutati a metterla in secondo piano e a dimenticare per un attimo la realtà angusta del carcere e poter, invece, fare esperienza di una grande gioia! Anche mio marito Tommaso, che conosce bene la realtà carceraria, visti gli anni di volontariato all’interno di diversi carceri italiani, coglie la gratitudine che i detenuti presenti in piazza San Pietro hanno nell’essersi sentiti presi in considerazione. Credo che nel loro cuore si sia fatta strada con più forza la voglia di cambiamento perché è nella fiducia e nell’amore che nasce il desiderio di vita nuova.
A testimonianza di questo leggo nei giornali, qualche giorno dopo, che alcuni detenuti addirittura scelgono di farsi battezzare e iniziare un percorso di cambiamento.
Infatti, durante la festa di Natale per i poveri che abbiamo svolto nella nostra comunità Cittadella Cielo di Frosinone una settimana dopo, alcuni detenuti in permesso speciale sono venuti e ci hanno condiviso la gioia dell’incontro con l’amore di Dio e hanno partecipato ai momenti di preghiera.
Tornando al 14 dicembre, al termine della messa con il Santo Padre, io e i miei fratelli di comunità ci siamo spostati all’auditorium della Conciliazione per un musical dal titolo “Oltre le grate” della compagnia Cgs life aps che racconta storie vere di detenuti con cui suor Cristiana Scandura, clarissa del monastero di Biancavilla di Catania, intrattiene dal 2019 un apostolato epistolare.
In questa occasione Francesca, sempre una nostra sorella di cammino, porta la sua straordinaria testimonianza di vita. Una storia, la sua, che si intreccia profondamente con il mondo carcerario. Francesca, 26 anni, ha una malattia genetica rara, la paraplegia spastica autosomica recessiva di tipo 46, una patologia che colpisce soltanto **22 persone al mondo. La malattia provoca gravi difficoltà motorie, perdita di equilibrio e spasmi muscolari diffusi e, a oggi, non esiste una cura risolutiva. “Attraverso il dolore ho trovato una chiamata”, racconta. Su consiglio di un sacerdote, Francesca ha iniziato a offrire la propria sofferenza nella preghiera, dedicandola in particolare ai detenuti.
Da qui è nato un percorso di volontariato all’interno delle carceri. Da tempo visita regolarmente il carcere di Frosinone, dove cerca di offrire ascolto, vicinanza e umanità a chi vive la realtà della detenzione.
Al termine dell’incontro, i detenuti del carcere di Frosinone che erano presenti, si sono avvicinati per salutarla. “In quegli abbracci ho sentito una gioia immensa – racconta -. Per me è stato come incontrare Cristo attraverso di loro. In quel momento ho compreso che la sofferenza non si porta mai da soli”.
Un incontro che Francesca definisce “il regalo di Natale più bello”: rivedere i detenuti, condividere tempo e affetto, sentire che anche nel dolore può nascere una relazione capace di scaldare il cuore e dare senso alla prova.
La fragilità, quando è condivisa, può diventare luogo di speranza! “Ero carcerato e mi avete visitato” (Mt 25,36)… tuttavia in questo giorno giubilare è “il Carcerato” che è venuto a visitare me. Grazie Gesù.
Elena Spada