MINORI INTRAPPOLATI DAL LAVORO – Giornata Internazionale contro il lavoro minorile

Pubblicato giorno 12 giugno 2026 - Foglio Parrocchiale, In home page

 

In vista della Giornata Internazionale contro il lavoro minorile del 12 giugno, cresce l’allarme per un mercato sommerso che comprime tutele e dignità. Abbiamo conversato da Ginevra con Lorenzo Guarcello, ricercatore senior dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), per analizzare le strategie internazionali messe in campo e le urgenze attuali per garantire un futuro dignitoso ai minori che lavorano.

Il mondo ha ufficialmente mancato l’Obiettivo di sviluppo sostenibile dell’Onu (Sdg 8.7) che prevedeva l’eliminazione totale del lavoro minorile entro il 2025. Nonostante un’inversione di rotta positiva rispetto agli anni della pandemia, i dati più recenti diffusi congiuntamente dall’Oil e dall’Unicef stimano che “138 milioni di bambini e adolescenti, di età tra i 5 e i 17 anni, siano intrappolati nel circuito dello sfruttamento lavorativo a livello globale – ci spiega Guarcello . 78 milioni di bambini e 60 milioni di bambine. Tuttavia, se si considerano i lavori domestici non retribuiti superiori alle 21 ore settimanali, il divario di genere si inverte drasticamente”.

Lo scorso febbraio, continua, “a Marrakech, in occasione della sesta Conferenza globale sull’eliminazione del lavoro minorile, si sono riuniti i rappresentanti dei Governi, sindacati, organizzazioni dei datori di lavoro e della società civile provenienti dai 187 Paesi membri dell’Oil, per fare il punto della situazione”. Intervenendo alla sessione di apertura, il direttore generale dell’Oil, Gilbert F. Houngbo, aveva sottolineato la necessità che la comunità internazionale acceleri i tempi per adempiere ai propri impegni. “Al ritmo attuale, non raggiungeremo l’obiettivo di eliminare il lavoro minorile entro il 2030”, ha affermato.

Il fenomeno, pur registrando un calo in termini assoluti, mostra forti disparità di genere e settoriali e la tendenza a crescere in alcuni contesti regionali. “Le stime ci dicono che 54 milioni di minori sono impiegati in lavori pericolosi che mettono a rischio la loro salute mentale e fisica e li condannano ad una vita senza svago né istruzione”, ci racconta l’esperto funzionario.

Partendo dalla cronaca

Nella conversazione a tutto campo, dall’osservatorio speciale in cui Guarcello opera, non abbiamo potuto non fare riferimento alla strage dei quattro braccianti arsi vivi nel casentino, avvenuta i primi di giugno. Una violenza che, pur rappresentando la punta dell’iceberg di un mondo di invisibili in cui i minori fanno parte, non deve portare alla semplicistica equazione che il caporalato equivale al lavoro minorile in Italia e, più in generale, in Europa. “Non vi sono delle prove dirette o evidenze empiriche come Oil che il lavoro minorile in Italia, così come in Europa, sia gestito dal caporalato o fenomeni simili – prosegue l’esperto – che fanno riferimento, invece, al tema del lavoro forzato e del traffico di esseri umani ai fini del loro impiego in ambito lavorativo. Pur vero che l’immigrazione illegale favorisce la vulnerabilità di queste persone e ancor di più se sono minori, non è l’unica causa strutturale del lavoro minorile. Ci possono essere, quindi, situazioni, anche se non abbiamo evidenze per definirne il perimetro, di minori che si trovano intrappolati in queste situazioni. Secondo la definizione convenzionale (Convenzioni Oil n. 138 del 1973 e n. 182 del 1999, ndr), però, queste situazioni non possono ricomprendersi univocamente come lavoro minorile, anche se vi sono dei legami”.

Attraverso gli esempi il nostro interlocutore ci dipana il contesto entro cui guardare a queste situazioni, sottolineando come negli ultimi anni ci sia stato un deterioramento delle condizioni economiche in Italia, con l’aumento della povertà e della vulnerabilità di alcune tipologie di nuclei sociali e familiari. Questa situazione de facto può esporre sempre di più “alcuni bambini al rischio di lavorare nelle piccole aziende familiari – soprattutto nel settore manifatturiero e dei servizi – per contribuire al bilancio familiare”.

Un fenomeno globale

“In termini relativi si è passati dal 9,6% pre-pandemia al 7,8% a livello globale. Ci sono delle differenze regionali e non deve stupire che il lavoro minorile non riguardi solo i Paesi del cosiddetto Sud globale, anche se l’Africa subsahariana è l’area più vulnerabile per i minori, impiegati soprattutto nei contesti rurali di economia di sussistenza familiare o nelle piantagioni, seguiti dai minori dell’Asia centro-meridionale, occupati nella manifattura”.

Prosegue Guarcello: “Dietro i 94 milioni di bambini africani, c’è un segnale di speranza: il lavoro minorile sta diminuendo. La vera sfida, ora, è accelerare questo progresso per superare il boom demografico, proteggendo l’infanzia più vulnerabile, affinché la crescita del continente diventi sinonimo di futuro e riscatto. Come panel di esperti siamo concordi che la persistenza del lavoro minorile sia alimentata da un circolo vizioso generato da povertà estrema delle famiglie, instabilità geopolitica, crisi climatiche, barriere all’istruzione e dalla difficoltà di accesso alla protezione sociale. Purtroppo, non esistono delle indagini fatte regolarmente sul fenomeno del lavoro minorile, ma è importante parlarne in occasioni come la Giornata internazionale contro il lavoro minorile che si celebra dal 2002”.

Il lavoro che sfugge alle regole

Abbiamo cercato di capire meglio quanto avviene in Africa, il continente più esposto al lavoro senza regole. “In questo contesto non ci sono contratti, non ci sono buste paga, non esistono tutele per i lavoratori. Questa prassi interessa purtroppo anche i minori – sottolinea a più riprese il nostro esperto -. In Africa subsahariana, il lavoro minorile è un fantasma statistico che si muove interamente nell’ombra dell’economia informale. Possiamo stimare che il 98% dei minori impiegati nel continente lavori all’interno del proprio nucleo familiare o in micro-attività di sussistenza – ovvero si produce per consumare a casa -, rendendo il fenomeno quasi impossibile da tracciare e da contrastare con le normali leggi sul lavoro. Il cuore di questo mercato sommerso batte nelle zone rurali. Lontano dalle città, milioni di bambini coltivano la terra, raccolgono cacao, banane, caffè o pascolano il bestiame per aiutare i genitori. Non si tratta di un impiego salariato, ma di una strategia di pura sopravvivenza della famiglia.

Il tempo dedicato ai campi o ai basilari lavori domestici come la ricerca dell’acqua sottrae ore preziose alla scuola, peraltro quasi mai gratuita e accessibile”.

Nelle periferie di molte grandi metropoli, l’informalità si traduce nei cosiddetti “piccoli mestieri” della strada. I minori si trasformano in venditori ambulanti di acqua e frutta, lustrascarpe, o raccoglitori di rifiuti nelle enormi discariche a cielo aperto. Il volto più drammatico dell’economia informale africana si registra nel settore minerario artigianale, in particolare nella R. D. del Congo. Qui, migliaia di bambini scavano a mani nude nei tunnel di fortuna per estrarre cobalto, coltan e oro.

Il Quadro d’azione fino al 2030 riconosce che “il lavoro minorile è al tempo stesso causa e conseguenza della povertà ed è influenzato da fattori strutturali più ampi, quali la carenza di opportunità di lavoro dignitoso e le lacune nei sistemi di protezione e nei servizi essenziali.” Il documento richiama inoltre “l’attenzione sulle sfide emergenti e persistenti, tra cui lo sfruttamento sessuale commerciale dei minori facilitato dalle tecnologie digitali, sottolineando la necessità di adeguare le normative e le politiche volte a garantire la protezione dei bambini”.

Le cause endemiche della trappola

Nel delineare l’atlante globale dello sfruttamento e le ramificazioni più profonde del fenomeno, emerge che tra le peggiori forme di lavoro minorile rientra anche il lavoro di strada, ovvero l’impiego di tutti quei bambini che, visibili nelle metropoli asiatiche, latino-americane e africane, cercano di sopravvivere raccogliendo rifiuti da riciclare, vendendo cibo e bevande agli angoli delle strade o ancora lavando i parabrezza delle auto. Laddove le città sono più turistiche – e questo li accomuna anche ai coetanei in Europa – è presente la trappola dell’accattonaggio minorile. Altra faccia di questa tragica realtà è lo sfruttamento sessuale dei minori a fini commerciali, che coinvolge un milione di bambini ogni anno.

La cultura inverte la rotta

“È giusto desiderare che i numeri scendano ancora, avvicinandosi allo zero – sottolinea Guarcello -. Ma il problema non si risolverà con la mera repressione, bensì con interventi strutturali che favoriscano misure concrete per il sostegno del successo educativo, la prevenzione del disagio minorile, l’accesso alla promozione sociale. Più giovani saranno socialmente integrati e messi in condizione di aspirare a un futuro migliore, più adulti saranno consapevoli dei propri diritti e doveri come lavoratori”.

Prima di congedarci, Guarcello ci ricorda di come “in tutto il mondo sia cresciuto il numero di bambini che riescono a conciliare la scuola con la propria quotidianità. Un traguardo storico – ci dice – che premia l’efficacia delle campagne internazionali e dei progetti sul campo”.

Enrico Vendrame